Kagi Translate, la piattaforma di traduzione dell’omonimo motore di ricerca ha da poco reso disponibile l’opzione LinkedIn Speak, con la quale è possibile tradurre una frase qualsiasi in una perifrasi in stile LinkedIn.
E così la frase “Ho portato fuori il cane” diventa:
“Stepping away from the screen to prioritize work-life integration and fulfill my responsibilities as a Chief Canine Officer. It’s all about leading with empathy and staying active to maintain peak performance! 🐾🚀 #Leadership #WorkLifeBalance #Priorities“.
In italiano suona circa così: “Mi allontano dallo schermo per dare priorità all’integrazione tra vita e lavoro e onorare i miei compiti come Chief Canine Officer. L’importante è guidare con empatia e restare attivi per mantenere le massime prestazioni!
Negli anni il linguaggio utilizzato nei post di LinkedIn si è creato un reputazione negativa ed è diventato sinonimo di qualcosa di eccessivamente impostato e positivo.
Se è vero che esiste una sorta di standardizzazione dei contenuti, qualcuno nei meme già accusa la stanchezza meditando di chiudere tutto e scappare in un luogo esotico o fantastico.
Eppure la comunicazione fuori dagli schemi su LinkedIn esiste e funziona!
Uno dei casi più famosi è quello del brand di cereali inglese Surreal, che su LinkedIn utilizza caroselli di testo molto lunghi, di circa 25-30 slide.
Il concetto è semplice ma efficace: una scritta bianca in caps lock su uno sfondo colorato che si sviluppa come un flusso di coscienza, catturando subito l’attenzione e interrompendo lo scroll del feed.

E quale graffetta migliore di Clippy?
Amato, sostituto (c’erano anche altre alternative, come il cane, la gatta, il mago ecc), o deselezionato per lavorare meglio sul proprio documento, l’assistente di Microsoft Office ci ha accompagnato dal 1997 al 2007.
È proprio Clippy (o meglio Clippit, il suo nome ufficiale) ad essere considerato un po’ da tutti, inclusa la stessa Microsoft, l’antenato di Mico.
“Not a fox, nor a panda, Kit is a fire fox“.
Con la nuova mascotte che accompagna le ricerche su Mozilla Fire Fox siamo in zampe sicure, o almeno così dice la campagna di lancio.
Nata dall’evoluzione del logo del browser, la volpe di fuoco è stata disegnata dall’illustratore italiano Marco Palmieri, ed è pensata per essere una figura accogliente e incoraggiante che segue l’utente per assisterlo nelle sue esplorazioni web, garantendogli privacy e controllo.
In un’epoca in cui internet cambia molto rapidamente e il mercato è molto competitivo, tra il susseguirsi degli update AI guardati con diffidenza dagli user, le feature AI di Firefox sono opzionali e si possono “spegnere”.
La scelta di utilizzare una mascotte, infatti, non è puramente estetica, ma risponde alla necessità del browser di avvicinarsi alle persone, creando una connessione emotiva e un senso di affidabilità che rispecchia i suoi valori aziendali.
Obiettivi condivisi da molti brand digital nell’ultimo periodo.
Non a caso alla fine dell’anno scorso c’era stato il momento di Mico, il blob colorato che ha dato un volto alle interazioni vocali di Microsoft Copilot e più recentemente di Lil Finder Guy, l’umanizzazione Gen Z dell’icona di Finder, comparsa in alcuni video di TikTok del nuovo Mac Book Neo, pensato proprio per i ragazzi.
